Vittorio Sgarbi

Critico d’Arte

Il bene del bene

Negli ultimi cinquant’anni abbiamo perso almeno il cinquanta per cento del nostro patrimonio, sia attraverso il danno alle coste sia nella distruzione di ville, villini, piccoli edifici, case rurali, fienili, magari per costruire assurdi grattacieli, com’è accaduto sul litorale di Rimini e di Riccione. A questo record mondiale, però, non hanno concorso soltanto gli architetti che progettano, ma anche quelli che restaurano.  I metodi di ripristino maggiormente praticati, infatti, sono due: o la vecchia abitudine di portare la pietra a vista, o la nuova di rifare l’intonaco. Entrambi sono sbagliati: nel primo caso si crea l’effetto che potremmo definire “pelle squamata”, nel secondo quello “meringa” o “plumcake”, che possiamo ammirare al Quirinale e a Palazzo Chigi.  Entrambi, inoltre, rinnegano gli unici schemi plausibili: la conservazione dell’esistente o la riproduzione, quasi come in una scenografia teatrale, di ciò che doveva esserci. Proprio come ha fatto Balthus a Villa Medici, ottenendo l’effetto di un muro sporcato: il restauro c’è ma non si vede.

Il miglior restauro, dunque, resta quello che non si vede.  Un principio semplice, ovvio, eppure mai compreso dagli architetti restauratori, ostinati a riportare tutto a un’idea astratta di lindore, in cui non c’è traccia della storia del monumento e che può essere giustificata soltanto dall’ignoranza degli aspetti storici, artistici e geofilosofici. “Di fronte al paesaggio di Orte scempiato dal disordine e dalla sciatteria delle nuove edificazioni”, ha scritto Luisa Bonesio, una delle più attente studiose degli equilibri tra luoghi e opere umane, “Pier Paolo Pasolini poteva legittimamente dimostrare come il degrado estetico andasse congiunto a una decadenza civile e sociale.
Del pari, Cesare Brandi, già negli anni Sessanta, denunciava aspramente l’inizio del disastro civile e ambientale che si stava prefigurando per l’Italia proiettata nella logica del Boom economico, nell’incomprensione per il valore dell’irripetibile identità del paesaggio italiano, del suo essere non un generico pittoresco, ‘ma un pittoresco storicizzato, assurto a fisionomia stessa del paese’, rivendicando un’attiva difesa e sostegno all’agricoltura, di contro all’industrializzazione più irresponsabile, come la forma più efficace di salvaguardia della facies dei paesaggi storici [...]. 

Però, oggi, se si pone l’accento sull’inscindibilità della manifestazione estetica di un paesaggio dalla sua realtà culturale, dalle modalità dell’abitare che in quel luogo si realizzano (dunque delle scelte economiche, ecologiche, sociali, sacrali ecc.), mostrando come lo scempio paesaggistico e la dissipazione del patrimonio storico e architettonico non sia deplorevole svista causata dalla priorità di questioni ineludibili (l’economia, il mercato, la modernizzazione), ma discenda necessariamente dal modello culturale della modernizzazione e dell’indiscriminata apertura a modelli globalizzanti, immediatamente si è sospettati di conservatorismo”.

A Pasolini, a Brandi, a Cederna non sfuggiva il pericolo del modello di sviluppo basato sul dogma della crescita illimitata, ovvero sulla riduzione del territorio a spazio modificabile in base a principi di mera utilità. “Si impone così con urgenza”, aggiunge Bonesio, “la questione della distruzione irreversibile di quel patrimonio che sono i luoghi, una volta che vengano interpretati come meri depositi di risorse. Il territorio, in quanto realtà naturale e ambientale, ha proprie regole di conservazione e riproduzione (di lunga durata), le quali, se vengono ignorate, portano al dissenso e alla distruzione”. Del resto, è un’idea antica quella che vede i luoghi dotati di una loro individualità, di un’aura che l’assurda abolizione dell’insegnamento della geografia nelle scuole, voluta dalla riforma Berlinguer, ha contribuito a far perdere. Cancellare quest’aura con intrusioni architettoniche spezza il legame creato dalle comunità che per secoli hanno determinato equilibri e caratteri, stabilendo il “valore di un luogo”. Questo non significa concepire la tutela in termini esclusivamente vincolistici, anche perché ciò significherebbe riconoscere l’impossibilità di fermare gli scempi, tentando di preservare ciò che resta dello splendore passato.

Al contrario, occorre un’azione di ripensamento di luoghi e monumenti che non confonda la valorizzazione né con lo sfruttamento né con la concezione museale o turistica.
Bisogna, in altre parole, iniziare a pensare monumenti, edifici e luoghi non come contenitori o risorse da sfruttare,
ma come parti di un organismo vivente. Concetti chiari ai migliori architetti e restauratori, come dimostra la contrarietà al ponte sullo Stretto di Messina, all’alta velocità e al raddoppio dell’autostrada del Sole di Pier Luigi Cervellati, manifestata nel libro Modesta proposta per non perdere la nostra identità storica e culturale e per rendere più vivibili le nostre città.
“Queste tre opere possono diventare probabilmente inutili e certamente dannose. Distruggono paesaggio, minacciano equilibri geomorfologici, innescano degrado e sono tutto fuorché moderne: sono concettualmente arretrate. [...]
Se volessimo possedere veramente la modernità, dovremmo chiudere l’autostrada del Sole. Programmare altri sistemi di trasporto delle merci. 

Considerare l’identità del paese non solo come fatto culturale ma anche strutturale.” E tornando sul concetto di ripristino, cioè di ritorno alla storia, Cervellati scrive: “Il ripristino costituisce una parte tutt’altro che secondaria del restauro. Tanto più se il restauro riguarda l’urbano, le periferie, l’ambiente naturale. Tanto più se il restauro è inteso quale intervento che restituisce -o ripara dai danni subiti -la struttura urbana alterata o la natura offesa o la campagna diventata terra abbandonata in attesa delle future cementificazioni. [...] E per restituire occorre capire e riprendere il progetto originale, cercando di non superare il confine tra restauro e ricostruzione interpretativa.
Il ripristino/ricostruzione non può essere né interpretativo né soggettivo”. Cervellati elabora così una tesi ispirata alla specificità del nostro paese e al rispetto della storia: non si devono costruire nuove città e mostruose opere infrastrutturali, ma restaurare (ripristinare) le forme del territorio precedenti alla barbarizzazione modernista. Ancora una volta, la logica non è strettamente vincolistica: non si tratta, infatti, di imbalsamare tutto ciò che è sopravvissuto
all’ondata della modernità, ma di ripartire dalla storia, che è l’unica possibilità di tutelare il presente e progettare il futuro. “Il paesaggio non appartiene tanto alla sfera della creatività, quanto a quella della manutenzione.

E del restauro inteso quale restituzione.” Un’idea che permette di concepire il futuro conciliando l’aspetto estetico, civile ed ecologico, “ristabilendo le condizioni originarie dei luoghi deturpati”. È una prospettiva che prevede preparazione,
studio, sensibilità, qualità che rappresentano l’unica base per la tutela ma che sia gli architetti restauratori che gli architetti costruttori hanno dimostrato di non possedere quasi mai. Altrimenti si sarebbero ben guardati dal realizzare
gli orrori di cui stiamo parlando, come dal pensare che un buon restauro sia quello che fa tutto nuovo, tutto lucido, come i pavimenti delle chiese bizantine di Ravenna  o di Taverna in Calabria. Buoni forse per ballare il liscio, ma indegni di edifici storici sacri.

Pavimenti, inoltre, che evocano i restauri nello Yemen. No, non è una boutade. Lo Yemen infatti è molto simile all’Italia, nelle caratteristiche morfologiche del paesaggio e anche nei piccoli centri.
L’unica differenza, non da poco, è che là ci sono molti meno monumenti, e più fragili, spesso fatti di fango.
Dunque, quando s’interviene con la stessa malagrazia con cui si è intervenuti in Italia negli anni Sessanta e Settanta, quando si abbattono completamente strutture fragili per rifare in cemento armato, l’esito è fatale. Deve essere una costante antropologica: per dimenticare la povertà, quando si diventa più o meno ricchi, si elabora una strategia di stravolgimento, che si esprime nella costruzione di edifici che cancellano la storia.
Il caso Yemen è utile a riflettere su cosa sia avvenuto da noi per tanti anni quando un numero indefinito di edifici storici è stato cancellato nella più totale indifferenza. Finché, in anni recenti, è avvenuto un recupero di coscienza anche da parte di privati che hanno iniziato a restaurare secondo i principi indicati da Cervellati e da Paolo Marconi, il quale insegnava ai suoi studenti che l’architettura come affermazione violenta deve negarsi per diventare ricostruzione paziente, risarcimento misurato e storicamente rigoroso.

Un’architettura che rinuncia a nuove strutture per interventi altamente conservativi su quelle storicizzate. Le idee di Cervellati e di Marconi hanno costituito rare forme di resistenza alle violenze inflitte all’Italia, vuoi per andare incontro al cosiddetto benessere, vuoi per rendere “utile” un edificio storico, quindi per sfruttarlo. In nome dell’utile, dello sfruttamento, del benessere, si è stravolto l’unico principio valido della tutela: la coscienza del bene, il “bene del bene”, che definisce lo Stato.
Lo Stato, infatti, non è soltanto lo Stato, ma è la Regione, la Provincia, il Comune e anche un privato, quel privato che senta la responsabilità di tutelare ciò che possiede, perché la coscienza del bene è di per se stessa lo Stato. Chiunque voglia trarne soltanto benefici materiali è in contrasto con il bene del bene: dunque fuori dallo Stato, contro lo Stato.

Nulla è più pericoloso della “valorizzazione”. Il “valore” di un luogo, di un monumento o di un edificio è nella sua integrità. La presunta valorizzazione permette di ricavare vantaggi eliminando le ragioni per visitare un luogo o un monumento. È accaduto in Costa Smeralda, dove ad alcuni interventi misurati sono seguite speculazioni edilizie e scempi paesaggistici. È ipotizzabile, allora, una sorta di “demanio privato”, di chi acquisti porzioni di territorio non per sfruttarlo ma per preservarne l’integrità. Un principio apparentemente paradossale, ma che è forse l’estrema ossibilità di salvare dalla devastazione quello che ancora resta dello Stato. Il problema è la conservazione della memoria.

Prima di decidere qualunque costruzione nuova, si dovrebbe fare ogni sforzo per ripristinare, risarcire e anche ricostruire ciò che c’era (quando si pensa al ponte di Castelvecchio a Verona, si ringrazia il cielo che non sia stato chiamato il Gregotti del tempo, che avrebbe costruito un ponte nuovo, lucido, d’acciaio o di cemento armato).
Così, solo gli interventi che rispettano l’unicità dei luoghi e dei monumenti possono costituire una soluzione alla
sopravvivenza dei piccoli centri storici rispetto alla colata di cemento chiamata periferia, come nel caso di Ruvo di
Puglia, meravigliosa cittadina dalla periferia inguardabile e invivibile, senza piazza, la chiesa con il sagrato, il luogo dove si possa riunire la comunità. Oggi non è più così, ma disgraziatamente la situazione, sotto certi aspetti, è peggiorata.

Oggi lo scempio avviene sotto il profilo ideologico di cui abbiamo parlato. Non si creano mostri per piccole comodità o all’insegna dello sviluppo, ma si chiama il grande architetto cui è consentito fare qualunque cosa.  Un’idea malefica: chi ha detto, infatti, che l’architettura contemporanea deve affermarsi distruggendo anche una modesta architettura rurale ottocentesca?
Certo, la nostra non è l’unica epoca che ha assistito a demolizioni e devastazioni. Nella storia si contano altri esempi inquietanti, dalla pittura all’architettura: lo stesso Palladio aveva l’intenzione di restaurare il palazzo Ducale di Venezia, incendiato nel 1577, ribaltandone la struttura e trasformandolo da gotico a rinascimentale. Non gli fu consentito. Ma Raffaello dipinse le Stanze Vaticane picchettando le pareti con gli affreschi di Piero della Francesca. Oggi però questi abusi non dovrebbero essere possibili: e non ci sono più Palladio e Raffaello.

Vittorio Sgarbi

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