Salvatore Settis

Rettore della Scuola Normale di Pisa

Un nuovo modello Italia

Rispondendo all’invito di Oliviero Toscani a dire qualcosa sul restauro, non trovo nulla di meglio che ricordare idee e progetti di Giovanni Urbani, grande direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, morto 12 anni fa, dopo aver lasciato l’amministrazione per protesta contro la congiura del silenzio che aveva colpito le sue idee audaci e innovatrici. Vorrei ora provare a dare un’idea di quei progetti che rimasero allo stato di “sogno” (o di profezia), ma solo perché nessuno, allora, volle ascoltare. E ha senso farlo, non come postuma rievocazione o celebrazione di una figura pur così importante, ma per indicare l’attualità di quelle sue proposte e riflessioni. Perché anche oggi, come in tutti i momenti di crisi o di svolta, dobbiamo fermarci a pensare, dobbiamo scegliere accuratamente i nostri modelli di riferimento, i nostri “antenati”: e non per venerarli, ma per il contributo che essi ancora possono dare alla nostra progettualità, al nostro futuro.

È sorprendente con quanta penetrante intelligenza Giovanni Urbani seppe analizzare le tematiche del restauro facendo leva su un punto capitale: il rapporto fra la tutela del patrimonio e l’economia del paese. Cercherò ora di dare un’idea del suo pensiero con un mosaico di citazioni.

Giovanni Urbani osservò che «la tutela del nostro patrimonio culturale è purtroppo una scelta che, almeno in termini espliciti e consapevoli, è fatta propria da gruppi troppo ristretti, e troppo poco influenti sul piano dell’economia nazionale, per avere nell’immediato effettive possibilità di prevalere su scelte ad essa contrastanti o anche solo indifferenti. Tanto più se a dover decidere è una classe politica manifestamente ignara o incurante dei recenti progressi dottrinali in materia di teoria e pratica delle decisioni pubbliche. Materia ormai chiaramente assoggettata al principio secondo il quale progresso e sviluppo non dipendono solo dalla dinamica meccanicistica delle forze economiche tradizionali, ma anche, in misura in ultima istanza prevalente, dalla considerazione di ciò che  giova all’uomo.»

Ma “giova all’uomo” la conservazione del patrimonio culturale e ambientale (cioè il mantenimento non di isolati musei e monumenti, bensì di standard qualitativi che coinvolgonoledimensionidell’abitare,la“qualitàdellavita”)? Rispondo con un’altra citazione da Giovanni Urbani: «Cosa può rappresentare, in termini economici, l’attaccamento affettivo d’una comunità a un abitato plurisecolare e, per contro, il trasferimento forzato in un nuovo abitato della cui qualità estetica non vogliamo giudicare a priori, ma di cui comunque sappiamo che in nessun caso potrà soddisfare non diciamo per secoli, come nell’altro caso, ma forse nemmeno nell’immediato l’umanissimo sentimento di appartenenza e immedesimazione dell’abitante alla cosa abitata?
Ebbene noi diciamo che se la perdita di questo sentimento certamente riduce su un punto essenziale il quantum di
felicità dato agli uomini su questa terra, una perdita del  genere non ha rilevanza economica solo per un’economia che non tenga in nessun conto i valori morali, semplicemente perché non sa come assoggettarli ai meccanismi del mercato.»

Insomma, secondo Urbani, una concezione “stretta” meschina dell’economia, fondata solo sulla logica dell’immediato profitto e sul disprezzo di ogni altro valore, finisce col condannare senza appello il patrimonio culturale.  Una tal concezione, infatti, è incapace d’intendere il valore identitario del patrimonio, e anzi la sua stretta necessità per una qualità della vita che si traduce anche in motivazione profonda del ruolo di cittadino, del lavoro produttivo e della capacità di innovazione. Può in tal modo accadere, scrive Urbani, che il patrimonio culturale, inteso non come vitale elemento di appartenenza e immedesimazione, ma come superfluo ornamento, finisca con l’essere marginalizzato, e dunque ricada più o meno interamente in un’“economia di sovvenzione”.

Ma «resta il fatto che è assai difficile distinguere, almeno in un settore come quello dei beni culturali, un intervento di sovvenzione “idealmente” utile e giustificato, da uno puramente ostentatorio o oblativo. Col risultato, assai facile da immaginare, che sarà considerato utile e giustificato sempre e solo l’intervento minimo». È da una concezione come questa che nasce la più diffusa concezione dell’attività di restauro, vista come riparazione terapeutica, occasionale e desultoria, dei guasti: guasti che non si sarebbero prodotti se quel monumento, quell’affresco, quel quadro, fosse stato tenuto sotto osservazione e assoggettato periodicamente a minimi interventi di manutenzione preventiva. Nasceva da qui la proposta più importante di Giovanni Urbani, il suo discorso -paradossalmente -contro il restauro, ma in favore della conservazione programmata. Perciò egli amava parlare di logica industriale della produttività applicabile all’attività conservativa: «Bisogna convincersi che la chiave del problema sta nel creare le condizioni che favoriscano il passaggio dell’attività conservativa dall’attuale stato di attività marginale sul piano produttivo, a una fase di sviluppo che non può essere definita altrimenti che come industriale. (…)

L’essenza dell’industria, prima che a quella delle macchine, risponde alla logica della produttività: che sta semplicemente nel fare in modo che vi sia un rapporto razionale ed economicamente conveniente tra le cose da produrre ed i mezzi necessari per produrle.»

Quello che egli aveva in mente era il ruolo centrale dell’Istituto per il Restauro (di cui, come ho detto, fu direttore), ma anche di numerosi laboratori sparsi nel territorio, a cui fosse affidato un compito conoscitivo, diagnostico e preventivo, col necessario corollario di corrispettivi investimenti nella conoscenza e nella ricerca sul patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale.
A queste nuove strutture, che dovevano essere insieme laboratorio e scuola, era affidata nel suo disegno la pratica dimostrazione che la conservazione programmata dell’insieme, e non il restauro occasionale di isolati oggetti e monumenti, risponde a una logica di convenienza economica del paese.  In questa concezione, frutto di analisi lucidissima, l’intimo legame contestuale che fa del territorio e dell’ambiente italiano (città, campagna, paesaggio) un continuum inscindibile da tutelare nel suo insieme è visto non come un peso fastidioso di cui sbarazzarsi svendendo coste, foreste e monumenti, ma come l’innescatore di potenti meccanismi di sviluppo, che potrebbero assicurare l’immagine e la memoria storica del paese, e al contempo garantire ampia occupazione. Ne nasceva anche l’esigenza, ancor oggi irrisolta, di intendere le strutture di tutela come enti di ricerca, fondendo le pratiche conservative con la dimensione conoscitiva del patrimonio, con la pianificazione urbana e del territorio, con lo sviluppo civile. Negativa fu perciò, com’egli vide subito, la burocratica invenzione di un ministero dei “beni culturali”, «binomio malefico funzionante come un buco nero, capace di inghiottire tutto, e tutto nullificare in vuote forme verbali», e l’assegnazione dell’ambiente a un altro ministero: il suo progetto (condiviso con Andrea Emiliani, Baldini, Valcanover) era invece di ricostruire la funzionalità delle strutture di tutela a partire dal territorio, con “laboratori intersoprintendenze” che elaborassero strategie di ricerca e di conservazione programmata del patrimonio culturale e dell’ambiente (donde il suo Piano pilota per l’Umbria).
Un’ultima citazione darà il senso di una visione insieme lucida e appassionata: «Una volta ricondotti nel sistema ambientale, ai cosiddetti beni culturali non può essere assegnata funzione o posizione diversa da quella che tocca a ogni altra componente ell’ambiente: divenire una risorsa impiegabile per una politica di sviluppo tesa a ristabilire un certo equilibrio tra sistema socio-economico e sistema ambientale, come condizione prima per il recupero di una migliore qualità della vita o, come preferiva dire Bertrand de Jouvenel, per il “passaggio da una società quantitativa a una società qualitativa”.

In altre parole, come è ormai imperativo un uso discreto delle materie prime non rinnovabili, delle acque, del suolo e di ogni componente naturale dell’ambiente, altrettanto lo è sottrarci a quella particolare forma di spreco che fin qui abbiamo fatto del patrimonio storico-culturale, confinandolo nel suo ruolo metafisico di bene o valore ideale, e così in realtà consegnandolo a una pura e semplice vicenda di decadenza materiale per incuria e abbandono. Sarebbe una ben ingenua illusione credere che a questa decadenza si possa riparare solo aumentando i fondi per il restauro dei monumenti e per il funzionamento dei musei.»

Come si vede, questa concezione squisitamente economica del patrimonio culturale è agli antipodi di quella mercificazione dei beni culturali che emerge di continuo, da parte di chi intenda venderli o cederli a imprese ad hoc, create per trarne profitto. Al contrario, Giovanni Urbani propugnava un disegno in cui stato e regioni, il “pubblico” e il “privato” creassero alleanze e convergenze in primo luogo di competenze e di saperi, avendo di mira non l’immediata monetizzazione di un microprofitto miope e straccione, ma la qualità dell’ambiente naturale e antropizzato, con tutte le ricadute economiche “indotte” che ne derivano, sia nel senso dei meccanismi di occupazione che questo progetto avrebbe generato e potrebbe ancora generare, sia nel senso di mantenere, con la conservazione dell’ambiente e del patrimonio, quell’attrattività del nostro paese che è fattore economico di primaria importanza.

Che cosa, di un disegno come quello di Giovanni Urbani, si può e si deve oggi  salvaguardare, anzi rilanciare in un contesto in continua evoluzione? Quello su cui vale oggi la pena di insistere è che il nostro patrimonio culturale e ambientale è fonte da un lato di potenti meccanismi identitari (ancor più importanti nel quadro europeo) e dall’altro può generare ricchezza distribuita attraverso il turismo e la fruizione di cultura, con le relative conseguenze occupazionali. Anche se raramente analizzata, l’attrattività del nostro patrimonio culturale e ambientale è sempre stata un “punto forte” dell’Italia, ma è oggi in crisi, anche a causa della dispersione di iniziative, dell’inefficacia del sistema, della mancanza di analisi delle risorse e degli investimenti, con un effetto di frammentazione che toglie efficacia a ogni singola azione, scoraggia la progettualità e le professionalità, indebolisce la tenuta delle istituzioni. In tal modo, le palesi disfunzioni della pubblica amministrazione della tutela non hanno condotto a un accurato studio dei problemi e a una ricerca di soluzioni mirate, bensì a una continua, disordinata rincorsa verso modelli gestionali sempre nuovi, a monte dei quali non vi sono studi analitici ma induzioni arbitrarie, e talora superficiali impressioni di modelli stranieri (soprattutto americani), per precisissime ragioni non trasferibili nel contesto italiano.

La prima esigenza a cui oggi far fronte è dunque di arginare l’eccesso di sperimentazione incontrollata e di microiniziative  inefficaci e poco professionali (col conseguente, gravissimo spreco di risorse), mediante un’accurata analisi delle forme di ricchezza distribuita generata (e generabile) dal patrimonio culturale e ambientale, tenendo conto in primo luogo delle varie forme di indotto; e mediante la valutazione specifica delle tipologie di investimento e di spesa (nel pubblico e nel privato) e delle loro possibili interazioni.  La seconda esigenza è la creazione di un solido ed efficace nucleo misto sperimentale di competenze economiche ed umanistiche e, insieme, l’elaborazione di nuovi profili professionali, che congiungano la conoscenza dello specifico del patrimonio culturale e ambientale e la conoscenza dei meccanismi e delle tecniche di gestione: premesse, entrambe, indispensabili per il rilancio del nostro patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale.  Una cultura dell’integrazione di competenze è essenziale al successo di questo indirizzo progettuale: esso dev’essere sperimentato in progetti-pilota, che abbiano la caratteristica di essere esportabili, creando su nuove basi una cultura di progetto nel settore. La cultura dell’integrazione di competenze mirata al tempo stesso alla ricerca di base e alla ricerca applicata non manca certo in Italia (posso anzi dire, per esempio, che è questo l’approccio perseguito dall’istituzione che ho il privilegio di dirigere, la Normale di Pisa): si tratta solo di indirizzare le migliori energie, intelligenze e competenze verso obiettivi ben definiti e concretamente raggiungibili.

Queste proposte non sono soltanto una riedizione di quelle di Giovanni Urbani, ma tengono conto dei mutamenti intervenuti dopo la sua morte.

Esse non danno affatto per defunte o liquidate le istituzioni pubbliche di tutela, ma anzi puntano sul loro rilancio mediante una revisione delle professionalità, delle procedure analitiche e diagnostiche, delle capacità progettuali, che integri il meglio del paese (pubblico e privato), in nome non di miopi logiche di microprofitto, ma semmai di una più ariosa e lungimirante corporate social responsibility.

È in questo contesto e con questi intenti che si può e si deve elaborare una nuova, efficace proposta per il rilancio complessivo di un nuovo “modello Italia “ per la gestione e la fruizione dei beni culturali, riattivando il circuito identità culturale-ricchezza distribuita-modello efficace e perciò esportabile; proponendo concrete modalità di razionalizzazione della spesa pubblica e privata nel campo della cultura; individuando ruolo e modelli strutturali di eventuali soggetti di intermediazione nella gestione della cultura (come le fondazioni) e ridisegnando le funzioni conoscitive, di ricerca e di tutela della pubblica amministrazione. Non è un compito semplice, né riguarda solo noi.

La complessità dell’intreccio fra territorio, musei, paesaggio e iniziative culturali in Italia, infatti, è tanta e tale che, se riusciremo a elaborare un modello efficace a carattere nazionale, ma modulabile sulle nostre realtà locali, potremo aspettarci che esso sia modellizzabile ed esportabile in Europa e altrove.

Salvatore Settis