Philippe Daverio

Critico d'arte

Sono perseguitato da un pensiero persistente: mentre ogni giorno che passa la mia pelle si fa meno morbida e meno attraente, il pavimento di cotto sul quale cammino si fa più delicato e profondo con la cera che amorevolmente gli viene applicata. Dilemma della vita, della chirurgia plastica e del restauro.
In realtà la differenza è banale. Sono i tempi di scadenza che cambiano.

In ordine: lo yogurt, il cane, il Daverio, il pavimento di cotto, le alpi Apuane. Alcuni pazzi delle Sovrintendenze d’Italia reputano che per una di queste categorie il tempo possa essere fermato. Ma perché mai le loro ville antiche, i loro quadri d’autore dovrebbero avere diritto ad un privilegio che non tocca al mio caro Tomolino e purtroppo neppure a me?
Dello yogurt me ne posso fregare; al supermercato ce n’é una serie nuova ogni giorno.
In questa facezia sta tutta la questione del restauro. È solo con la banalizzazione positivista dei pensatori della fine del XIX secolo che si è pensato di potere annullare il vivere degli oggetti e dei manufatti.

Prima, come documentano mirabilmente i paesaggi cittadini di Bernardo Bellotto, il nuovo conviveva con il degradato e la pianta cresceva sull’antico. Il tempo aveva il diritto di scorrere. E i nostri predecessori di quell’epoca d’oro si sentivano moralmente impegnati a recepire l’eredità per trasmetterla trasformata e migliorata, quindi intervenendo.
Per questo motivo la tomba di Adriano divenne una roccaforte, la roccaforte divenne un palazzo, il palazzo divenne una galera, la galera divenne un museo.

E oggi queste trasformazioni sono deinitivamente ferme, e dinanzi al camino dove fino a ieri si arrostivano interi porci, lampeggia la triste bombola antincendio del pompiere sotto alla scritta “vietato fumare”. Non mi piace il restauro. Temo sempre che il restauro perfetto di palazzo reale non consista solo nel ritrovare i cromatismi assurgici o piermariniani, ma richieda anche la reintroduzione della pena di morte che era allora ben più caratterizzante della sabbia dei navigli legata con la calce.

Philippe Daverio