Architetto
Tra i docenti di Restauro dei monumenti che hanno insegnato nelle facoltà italiane uno dei meno ricordati è Ambrogio Annoni, nonostante egli solesse affermare –a mio modo di vedere - il più giusto dei principi che dovrebbero informare la prassi della disciplina: quello cioè del “caso per caso” che rinvia ogni sostanziale decisione in merito agli interventi necessari per salvare un edificio dalla rovina, allo studio di tutti gli aspetti che riguardano la sua costruzione, la sua storia, la sua consistenza e l’uso che se ne vuol fare. Contro questo sano principio che mette in dubbio non la possibilità e l’opportunità ma la apoditticità e la durata nel tempo delle teorie sono nate una serie di “carte del restauro”che sono servite e serviranno per cristallizzare la occasionale convergenza di un gruppo di studiosi, in una determinata temperie culturale, su questa o quella delle regole possibili, ma non sono riuscite e certamente non riusciranno a trasformare una parte significativa della architettura in una disciplina di natura scientifica. Certamente di natura scientifica sono alcuni procedimenti fondamentali per restaurare un edificio –come d’altronde per costruirlo – ma questo non significa che vi sia per il restauro uno statuto a sé stante che lo liberi dall’impegno culturale e artistico e quindi dalla problematicità del fare architettonico che implica la responsabilità di scelte e giudizi di carattere soggettivo e individuale.
Caso per caso non significa che tutto sia possibile e giustificabile, al contrario, significa che l’architetto che si trova di fronte a un edificio che richiede cure specifiche deve entrare in profondità nella occasione del suo lavoro, deve anzitutto saper leggere il testo che si appresta a modificare, deve riflettere sul significato del suo intervento, sul suo rapporto con la committenza e decidere sulla liceità di qualunque trasformazione sulla base di costi e benefici culturali oltre che economici, collettivi oltre che individuali, pubblici oltre che privati.
La liceità delle trasformazioni dipende anzitutto dal grado di compiutezza dell’opera da restaurare. Esistono senza dubbio opere che corrispondono alla definizione albertiana della Concinnitas (secondo la quale nulla si può aggiungere o levare senza che tale qualità venga meno). In questi casi ogni trasformazione e ogni aggiunta è arbitrio inaccettabile.
Il restauratore deve limitarsi a “spolverare” e già eliminando la patina del tempo rischia di sottrarre all’immagine parte del suo valore storico. Ma raramente il problema del restauro si presenta con tale chiarezza. Assai più spesso tocca al restauratore decidere quali trasformazioni, quali aggiunte sono compatibili con la corretta lettura dell’edificio e con la sua destinazione d’uso. Decisioni che possono essere prese, appunto, solo “caso per caso”e solo dopo una accurata istruttoria storica, estetica e costruttiva.
E qui acquista importanza uno dei problemi più dibattuti del Restauro: il rapporto tra antico e nuovo che risolto con apodittiche proibizioni o licenze stabilite in assoluto diventa un argomento di interminabili discussioni senza approdo sicuro. Unica regola generale quasi sempre accettabile è la riconoscibilità. Se qualcosa si cambia o si aggiunge deve essere non necessariamente diversa dal contesto ma in ogni caso riconoscibile.
Quando Valadier completò l’arco di Tito integrando le parti mancanti non con il marmo ma con il travertino diede una lezione di chiarezza, anche se la scelta della materia è stata oggetto di critiche e perplessità. A poca distanza il restauro di una parte del Colosseo in cui le pietre sono fissate nell’atto di rovinare testimonia una sensibilità diversa ma altrettanto valida che anticipa le virtualità della fotografia nel fissare l’attimo fuggente.
Al di là di queste norme di “buona educazione” ogni prescrizione ha solo la validità di definire una tendenza, una delle tante diverse ed egualmente valide che lo spirito del tempo suggerisce, tenendo conto poi che lo spirito del tempo è qualcosa che cambia continuamente e rincorrerlo è il compito tutt’altro che facile dell’uomo di cultura.
Nessuna delle teorie, per fare un esempio, è più affascinante dell’anti-scrape, secondo la quale i monumenti come gli uomini hanno nel loro destino la nascita, la crescita, la vecchiaia e la morte. Opporsi al degrado naturale di un edificio è in questa ottica, come ricorrere al chirurgo estetico per sembrare più giovane: una gratuita violenza i cui risultati estetici, come quelli del lifting, sono ineluttabilmente negativi. Chi non apprezza la bellezza di un muro scrostato che lascia intravedere la tessitura della materia costruttiva o quella delle patine che consolidano il contrasto tra le zone in ombra e quelle illuminate ? Se è vero però che esiste una responsabilità verso il futuro, un dovere nei confronti delle generazioni a venire; abbandonare a se stessi gli edifici di cui abbiamo apprezzato il “poetico” degrado, vorrebbe dire privare implicitamente i nostri eredi di quello stesso piacere che noi proviamo. Lo stesso William Morris, sostenitore dell’antiscrape, affermava nel 1881 che: ”ciascuno di noi è impegnato a sorvegliare e custodire il giusto ordinamento del paesaggio terrestre, ciascuno con il suo spirito e le sue mani, nella porzione che gli spetta, per evitare di tramandare ai nostri figli un tesoro minore di quello lasciatoci dai nostri padri”.
L’Italia, negli anni Cinquanta del secolo scorso, per opera di Albini dei B. B. P. R., di Scarpa, di Gardella, di Michelucci ha dimostrato non solo la compatibilità nel restauro del nuovo e dell’antico ma la possibilità che dall’accostamento coraggioso nasca un plusvalore che dipende dalla natura dialogica dell’intervento moderno. Detto questo sarebbe fazioso considerare il dialogo l’unico metodo valido. Anche il contrasto e la frattura possono avere un senso quando lo giustifica l’occasione e quando nasce da una scelta meditata e sofferta.
Anche la vexata questio della ricostruzione integrale di monumenti distrutti in parte o integralmente non può essere una questione di principio senza impoverire proprio il significato umano di una disciplina come il restauro che non può ignorare gli interessi della società. L’esempio di Varsavia nel dopoguerra e quello recente di Berlino chiarisce il valore e i limiti di una prassi senza la quale queste grandi città europee avrebbero perduto la loro identità storica. Solo l’attenta valutazione di costi e benefici materiali e spirituali può portare a decisioni che abbiano un respiro corale e non siamo invece espressione di posizioni corporative.
La nostra riflessione potrebbe generare però l’equivoco che il “caso per caso” finisca per ammettere qualunque metodo e qualunque soluzione. E’ vero il contrario perché questo indirizzo non ammette giustificazioni generiche come l’applicazione dell’una o dell’altra “carta”, ma presuppone certe ragioni profondamente meditate, risultato di una intesa tra esponenti di istanze differenziate. In tempi recenti, in occasione del cenetenario della morte di Francesco Borromini, durante il restauro della chiesa di S. Carlino, si dovette affrontare il problema della liceità della rimozione di una balconata che impediva la visione dell’organismo dall’ingresso e aveva coperto un affresco del Mignard, particolarmente apprezzato da Borromini. Da una parte il comitato per le onoreanze, formato in prevalenza da storici sollecitava il ripristino; dall’altra la soprintendenza manifestava perplessità metodologiche sottolineando il valore di testimonianza storica della balconata e dell’organo. In conclusione, anche per la sensibilità dell’arch. Degni, autrice del restauro, si è demolita la balconata, recuperato un frammento dell’affresco e si è completata la cornice ovale che lo racchiudeva evitando però di riprodurne, nella parte mancante, la decorazione plastica. La validità della soluzione era, in questo caso, inscindibile dal valore attribuito all’opera borrominiana e alla sua “concinnitas”, entità non misurabile in termini quantitativi.
A prescindere dalle tendenze e dai metodi esiste oggi in Italia una sindrome della conservazione ad ogni costo che
tende ad aggravarsi con ritmi preoccupanti. Le antiche Soprintendenze ai Monumenti in tempi recenti hanno aggiunto ai loro compiti istituzionali, che di rado riescono a compiere per le note difficoltà strutturali, altri compiti di non facile attuazione. Oggi si chiamano Soprintendenze ai beni ambientali e demo-antropologici. E’ vero che esse dipendono da un ministero dei Beni Culturali che ha aggiunto ai suoi compiti le “attività culturali”, ma essendo state delegate quest’ultime a una apposita struttura è legittimo pensare che compito precipuo delle soprintendenze sia la conservazione e tutela di questi beni ambientali e demoantropologici. Ora è legittimo chiedersi cosa, nel tessuto delle città e nella edilizia diffusa nel territorio si sottragga ragionevolmente a queste categorie. Si potrebbe dire che il concetto di bene, legato com’è a una visione etica implica che vi siano nel patrimonio di un paese anche dei “mali” culturali e, su questa base non sarebbe difficile distinguere e dedicare le cure statali solo ai beni e non ai mali. Se non che nella generale consuetudine, dopo un certo numero di anni, i mali culturali vengono riscattati per il loro significato storico e d’altra parte ciò che non rientra nella categoria dei beni culturali, rientra quasi sempre a buon diritto in quella dei beni demo-antropologici. Di qui la convinzione che tutto ciò che esiste, che può essere considerato un bene in senso giuridico in quanto oggetto materiale, vada conservato e difeso a oltranza e ogni “demolizione”, che non sia quella dei manufatti abusivi (ai quali è per altro difficile negare un valore di testimonianza), considerata un atto demoniaco.
Quale sia stato e sia ancora il costo culturale e sociale di questo atteggiamento di protezione integrale del costruito è ben evidente se si confronta la situazione italiana con quella di altri paesi europei, come la Spagna, l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda, la Francia nei quali le città hanno vissuto, negli ultimi vent’anni, un periodo di vitale rinnovamento, attraverso la sostituzione radicale di parti considerate obsolete e tali comunque da ostacolare senza adeguate contropartite il processo di adeguamento ai nuovi bisogni e desideri delle comunità urbane.
Pur riconoscendo che in molti casi la conservazione sarebbe stata preferibile alla sostituzione non si può negare che un maggiore equilibrio e una minore rigidezza gioverebbe sia al conservatorismo italiano che al culto del nuovo praticato altrove.
Anche in questo caso sarebbe assurdo “fare di ogni erba un fascio”; ci sono soprintendenti che hanno svolto coraggiosamente una azione basata sullac orretta valutazione di ciò che si perde e di ciò che si potrebbe guadagnare demolendo un edificio e costruendolo ex novo nel linguaggio del nostro tempo, ma sono pressoché infiniti i casi in cui ci si è limitati a salvare facciate di nessun particolare interesse ambientale, consentendo lo stravolgimento dell’organismo murario, solo per paura dell’inserimento di una architettura moderna in un ambiente antico, anche quando si trattava di squallidi esempi della più anonima routine ottocentesca.
Tutto ciò viene solitamente spacciato per una “rinnovata sensibilità verso i valori ambientali” legata alla riscoperta del rapporto fondamentale che lega i monumenti al loro intorno e conferisce un valore anche a elementi di per sé insignificanti del contesto urbano. Il principio giustissimo però viene applicato non “caso per caso” ma spesso in
modo generico stabilendo dei confini che includono parti prive di ogni valore.
Non si può mettere in dubbio lo zelo e spesso la buona fede di chi si comporta da conservatore ad oltranza. In questo modo indubbiamente si rischia di meno e tutti sappiamo quanto l’Italia sia ricca di cose da conservare; ma è fondamentale rendersi conto che ogni eccesso, anche quello della tutela, ha le sue contropartite e poichè le risorse economiche sono quelle che sono, cioè sempre insufficienti, restaurare un edificio che non lo merita è pur sempre uno spreco.
Negli anni trenta del secolo scorso il ministero competente aveva assegnato ai soprintendenti il compito arduo ma quantomai benefico di catalogare i beni culturali e di vincolarli e tutti sappiamo quanto sia prezioso il lavoro parziale di catalogazione fatto in quegli anni. Oggi che il lavoro sarebbe facilitato dall’imponente massa di studi realizzata negli ultimi cinquanta anni, le catalogazioni sono in crisi e si preferisce scoprire i Beni Culturali e vincolarli solo quando li si ritengono in pericolo.
Il restauro è un campo in cui l’Italia può rivendicare speciali competenze, esempi di grande qualità, utilizzazione aggiornata di nuove tecnologie e grande sensibilità per i valori estetici. Perchè possa diventare però un campo di eccellenza della nostra cultura architettonica occorre un dibattito aperto in cui non sia il potere dei singoli ma una comune ragione a determinarne l’esito.
Paolo Portoghesi

