Presidente Benetton Group
Da “usa e getta” ad “aggiusta e riusa”
Riflessione sul restauro
Aggiustare invece che buttare. Restaurare invece che costruire dal nuovo. Ma chi decide la soglia oltre la quale non resta altro da fare che buttare?
Per un paio di scarpe lo faceva il calzolaio. Un rapido calcolo sul costo dei materiali e sul tempo necessario... un’occhiata e la risposta. Apparentemente era lui, da solo, a decidere in pochi secondi. In realtà in quei pochi secondi era concentrata una mentalità, un gusto, una concezione dei consumi che apparteneva anche alla persona che chiedeva il giudizio e, in fondo, a tutta la comunità nella quale vivevano quel calzolaio e quella persona, con i loro modi di vita, redditi, aspettative, consuetudini.
La modernità ha prodotto un catalogo sterminato di cose, messaggi, idee, luoghi. Questo catalogo si è appoggiato al patrimonio storico preesistente (già, a sua volta, particolarmente stratificato), arricchendolo e calpestandolo contemporaneamente. In questo inestricabile coacervo dobbiamo muoverci con l’abilità diagnostica e operativa del calzolaio alle prese con le scarpe usate. Dovremmo costruire sia le arti e i mestieri capaci di buone pratiche, sia i giusti parametri e le nuove idee.
Abbiamo a disposizione una teoria e una prassi per le opere d’arte figurativa e plastica, per i monumenti, forse anche un po’ per le aree naturali speciali. Ma siamo appena agli inizi per quanto attiene all’immenso catalogo di cose e di luoghi normali, di ordinaria opacità, di diffuso degrado.
In questa direzione (dei paesaggi ordinari) una mano importante la dà anche la Convenzione europea del paesaggio. Perciò comincerei proprio da casi di grande diffusione, da temi che per loro identità rappresentano straordinarie occasioni (presenti in tutto il mondo) di dimostrare la saggezza e l’utilità di una svolta strategica da una concezione “usa e getta” a una concezione “aggiusta e riusa”.
Sceglierei innanzitutto i luoghi feriti, lacerati, strappati: le miniere a cielo aperto, le cave, le situazioni in cui la superficie della terra è stata alterata irreversibilmente. Ci sono molti esempi che dimostrano come una lacerazione possa trasformarsi in un’opportunità progettuale: la Fondazione Benetton sta mettendo insieme un dossier di esempi di questo tipo. Tra i tanti, in particolare, cito il caso di Buttes Chaumont: una cava, luogo di patibolo e poi deposito di rifiuti, nel cuore di Parigi che già nel 1870 è stata trasfomata nel più bel parco urbano della capitale francese.
Un secondo esempio più vicino a noi, negli anni Novanta, è a Barcellona: il Fossar de la Pedrera, una specie di foiba dove erano stati giustiziati partigiani catalani e poi deposito di immondizia, è diventato uno dei più bei luoghi memoriali della città. Recentemente, in occasione dei campionati europei di calcio 2004 in Portogallo, a Braga, una grande cava che deturpava una zona della città è stata trasformata in stadio, mantenendone la parete aspra e costruendo le tribune nei due lati lunghi.
Sceglierei anche casi di aree industriali, sia quelle storiche, sia quelle recenti, totalmente prive di dignità e di comfort, come sono molte “aree attrezzate” per la piccola industria in Italia. Si potrebbe sceglierne alcune e riqualificarle, partendo dai numerosi studi già esistenti, facendo nascere attorno ai capannoni industriali nuclei sperimentali di attività sociali, come parchi pubblici, caffetterie, uffici postali, parcheggi sotterranei e nursery. Questi primi esempi di sperimentazione dovrebbero poi essere comunicati, ad esempio con servizi giornalistici e documentari, per illustrare le possibilità di cambiamento e riqualificazione.
Infine, ma cruciale, occorrerebbe affrontare il tema delle periferie. Anche qui tante pensate, ma finora poche proposte ragionevoli e interessanti. Non tralascerei pensieri ed esperimenti anche nei paesaggi agrari e montani che sono stati banalizzati e alterati da una fase di politiche agricole e forestali da ripensare.
Insomma, ci sarebbe da fare per tutti. E questo potrebbe rappresentare un’occasione anche per recuperare e salvare tutta una serie di capacità professionali -penso agli artigiani del marmo, dello stucco e del vetro come alle antiche sapienze contadine del campo, della vigna e del bosco che altrimenti rischierebbero di scomparire del tutto.
Personalmente, il recupero di aree in degrado mi appassiona. Ridare vita e dignità architettonica a un sito in rovina è entusiasmante. Sono numerosi i casi a cui ci siamo dedicati, sperimentando, con il recupero di alcune ville neopalladiane dove hanno sede alcune attività del gruppo Benetton, che restaurare non costa molto di più che costruire dal nuovo. Dà molta più soddisfazione e rappresenta un potente strumento di comunicazione.
Luciano Benetton

