Ermete Realacci

Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati

Soft-economy e libero sapere

Mettere insieme conservazione e innovazione, tradizione e nuove tecnologie. Coniugare passato e futuro. È questa la sfida che affronta oggi il settore del restauro italiano, chiamato a svolgere un ruolo sempre più importante ed indispensabile nella valorizzazione del vasto patrimonio artistico di cui il nostro paese è ricco. Un settore nel quale l’Italia vanta una tradizione antichissima che, se adeguatamente potenziata  attraverso un sostengo scientiico e tecnologico, può diventare un volano per l’economia del nostro paese.

La storia del restauro in Italia affonda le radici in quel patrimonio di tecniche decorative artigianali nate all’ombra dei
tanti laboratori regionali. Un artigianato di qualità fortemente legato al territorio che ha avuto un ruolo fondamentale
nel delicato settore degli interventi di conservazione degli immobili storici delle città e che allo stesso tempo ha contribuito e contribuisce, con la propria competenza, con la propria capacità di intervento, con la ricchezza delle proprie lavorazioni a recuperare il legame con il passato e a valorizzare la nostra identità.
Ci troviamo di fronte ad un esempio di quella cultura del saper fare, tipicamente italiana, che la soft-economy, un’economia  basata  sulla  conoscenza  e  sull’innovazione,  ma anche sull’identità, la storia, la creatività, la qualità, vuole promuovere.

L’Italia della soft-economy da sì valore alla memoria, ma non vuole imbalsamare il passato, mantiene la sua identità
tradizionale, ma la intreccia con la modernità per farne un trampolino verso il futuro. E basta guardarsi attorno per capire che molto si sta muovendo in questa direzione. Esempi di eccellenza si riscontrano in diverse imprese, università e centri di ricerca. Una vitalità inattesa che interessa vari ambiti - sia pubblici che privati - e che cerca di coniugare saperi locali e innovazione. Per restare al settore dei beni culturali, basti pensare all’istituto centrale del restauro e all’Opiicio delle pietre dure di Firenze. Due centri di ricerca in cui la ricerca tecnologica tesa all’innovazione e all’eccellenza va di pari passo con lo sviluppo di un proprio esclusivo know how.

È necessario, però, garantire un trasferimento del sapere fra le diverse strutture, instaurare un dialogo aperto e collaborativo, facilitare lo scambio di conoscenze al ine di costruire nuove progetti per lo studio e l’applicazione di metodologie innovative. In una sola parola liberalizzare il sapere e trasferirlo nell’economia e nella società.
La crescita e la competitività del settore richiede, infatti, un investimento continuo in ricerca ed innovazione che sia grado di potenziare questa cultura tecnico-scientiica e le sue applicazioni in ambito artistico.

Ermete Realacci