Enrico Arosio

Giornalista

Imprenditori benemeriti

Restaurare è anzitutto un’operazione ecologica. E dunque, in una società iperconsumista in cui trionfa la logica del compra, consuma, getta e ricompra, è anche un’operazione morale. Il paesaggio italiano è troppo costruito, ammonivano i pionieri del moderno ambientalismo già negli anni Sessanta, ai tempi di Italia Nostra, delle campagne di Antonio Cederna e dell’Espresso contro gli speculatori immobiliari, il sacco di Roma, la cementiicazione delle coste in Liguria come in Sicilia.

Lo si dice da allora, ma la consapevolezza di questo grave inquinamento isico e visivo è rimasta una passione di  pochi,  l’attenzione  di  una  minoranza  spesso  bollata come snobistica, elitaria, o addirittura integralista. Come se difendere l’integrità del paesaggio c’entrasse qualcosa con le nuove forme di integralismo.
E invece no. Difendere il paesaggio italiano, i centri storici, singoli  quartieri  o  insediamenti  di  pregio  è  tuttora  un compito di massima attualità. Non meno di promuovere una buona architettura contemporanea, un buon arredo urbano per le nostre città. Non ci sarà mai una vera cultura del contemporaneo di qualità se non impariamo a selezionare, quando guardiamo al passato, il rilevante dall’irrilevante, ciò che merita di essere salvato e ciò che può andare demolito senza perdite, anzi magari con vantaggio.

Restaurare costa più che costruire ex novo, si dice. È così perché restaurare è anche un’attività culturale.
L’azione di salvataggio è appunto il valore aggiunto, e la cultura, in ogni ambito, dalla musica sinfonica all’editoria libraria, richiede costi maggiorati. Tutti gli imprenditori che, dall’edilizia tradizionale, passano all’edilizia con valore aggiunto (e il restauro di una villa veneta, di una fabbrica dismessa del primo Novecento, di una chiesa sconsacrata, o anche solo di una storica edicola di giornali, come ci ha insegnato il Fondo per l’ambiente italiano, signiicano proprio questo) diventano imprenditori benemeriti.
Il singolo atto di recupero e salvataggio di un elemento di rilievo della preziosa tradizione architettonica italiana diventa valore aggiunto per la reputazione dell’imprenditore stesso e della sua impresa. Tanto più nelle realtà “proit”, quelle di un imprenditore che opera sul mercato reale, non in un mercato protetto o sovvenzionato.

Chiunque si dedichi al restauro architettonico con amore e scrupolo ilologico compie un atto che, sulle prime, rischia di  essere  economicamente  svantaggioso, ma  nel  medio periodo è destinato a ripagarlo. Con quel valore in più che è l’etichetta speciale dell’impresa illuminata, o dell’imprenditore illuminato. Una parola che si diffuse in Italia molti anni fa, ai tempi di Adriano Olivetti, ma che a mio giudizio è più attuale, più necessaria, più preziosa che mai. Soprattutto qui, in Italia, dove non passa settimana senza l’annuncio di uno scempio, di una trascuratezza ambientale. Non solo di fronte a un viadotto lasciato a metà per opera della maia calabrese, o  all’ecomostro  del  momento,  cioè  nei  casi  più  eclatanti ampliicati dal sistema dei media per ripulirsi la coscienza, ma anche davanti al piccolo degrado quotidiano del nostro paesaggio urbano e suburbano, nella banalità impunita delle villettopoli e dei tanti non-luoghi metropolitani. Il più diffuso, il più dificile da combattere.

Enrico Arosio