Sociologo
Restauro di manufatti, restauro di città
Longanesi diceva che gli italiani, alla manutenzione, preferiscono l’inaugurazione. Tutto sommato, non è vero che questo vezzo sia proprio di noi italiani. A Vienna ho visto il famoso sanatorio di Hoffmann in stato disastroso; a Versailles l’altrettanto famosa Sala della Pallacorda è rimasta per anni in condizioni indescrivibili. L’Italia è antica e stracarica di monumenti ma, per fortuna, è afflitta da infiniti complessi di inferiorità. Oggi non ripeterebbe le lacerazioni inflitte al Panteon dai Barberini né si lascerebbe andare a squarci urbanistici come quelli provocati dalla realizzazione di via dei Fori Imperiali o di Via della Conciliazione. Il nostro attuale approccio verso la conservazione e il restauro è influenzato positivamente da un episodio organizzativo unico nel suo genere: la creazione dell’Istituto Centrale del Restauro.
Tra il 4 e il 6 luglio del 1938, nell’oratorio del Borromini a Roma, l’allora Ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai organizzò un convegno dei Soprintendenti all’antichità e all’arte. Ecco un brano della sua relazione: “Oggi, si parla molto di restauro. La stessa scienza positiva ha voluto mettere i suoi mezzi più nuovi e potenti al servizio della nostra volontà di conoscenza. Ora, esiste in Italia un’alta tradizione del restauro: la perizia e la sensibilità dei nostri restauratori riportano ancora non poche vittorie sulla complessità degli apparati scientifici dei migliori gabinetti di restauro di Europa e d’America. Ma bisogna che quella tradizionale perizia e quella connaturata sensibilità siano validamente sorrette da una vigorosa ricerca scientifica; e che un centro coordinatore raccolga e vagli tutte le esperienze singole e da esse tragga un’esperienza di validità generale, da esse esprima un concreto, durevole insegnamento”. Due giovani collaboratori di Bottai – Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi – si incaricarono di elaborare il progetto concreto del “centro coordinatore”, cioè l’Istituto Centrale del Restauro, sganciato da singoli musei e dotato di autonomia organizzativa.
I compiti affidati all’Istituto andavano dall’esecuzione diretta dei restauri alla consulenza, dalle indagini scientifico-tecniche alla conservazione dell’Archivio Centrale, dalla compilazione di un notiziario periodico all’organizzazione di una scuola di perfezionamento. Gli strumenti per realizzare questi scopi andavano dalle officine ai gabinetti fisici, chimici e radiologici, dagli archivi alle fototeche e alle biblioteche. Un solo anno bastò per elaborare il progetto e tradurlo in legge. Un altro anno bastò per reperire la sede fisica dell’Istituto. Un terzo anno fu sufficiente per allestire il tutto e inaugurarlo.
Le originali caratteristiche organizzative dell’Istituto consistevano nella preminenza accordata al lavoro in team, nelle energie profuse per sviluppare la scuola dei restauratori, nell’interdisciplinarietà e nell’inter-professionalismo del gruppo, nell’attitudine a creare rete con gli esperti esterni e con gli istituti analoghi, nello stile partecipativo della leadership, nell’equilibrio tra ruoli, compiti e strutture, nello sforzo per conciliare individualità e collettività, sapienza artigianale e conoscenza scientifica, pensiero teorico e intervento manuale, razionalità e passione, localismo e internazionalismo, pubblico e privato, risorse interne e apporti esterni.
Gli stessi criteri adottati dall’Istituto per restaurare singole opere d’arte si sono via via imposti come ineludibili per la manutenzione di quegli enormi manufatti che sono le città.
Le città sono un’invenzione dell’uomo: per proteggersi dai nemici, per facilitare le comunicazioni tra gli abitanti, per produrre e scambiare merci, per avvicinare il più possibile i luoghi di lavoro ai luoghi di vita, per disporre di strutture sanitarie e di svaghi.
Fino all’avvento delle industrie, la città era soprattutto luogo di consumo dei prodotti agricoli provenienti dalle periferie e luoghi di produzione burocratica: scartoffie di funzionari regi e avvocati, accademici e notari. L’industria occupò, accanto alla cattedrale e al palazzo comunale, un posto di rilievo, conferendo alla città il ruolo di produttrice di beni materiali: fabbriche come la Bicocca a Milano o come il Lingotto a Torino, dislocate originariamente in periferia, costrinsero i confini daziari a dilatarsi inglobando i nuovi quartieri operai.
Poi l’industria – rumorosa, costosa, inquinante – si è via via trasferita nelle zone più remote (da Brindisi a Pomigliano d’Arco, da Gela a Cassino e a Melfi) o addirittura nel Terzo Mondo, liberando vaste aree riconvertite a sale da concerto, a palazzi per esposizioni, a fiere internazionali. Così la città ha subìto una terza trasformazione: da luogo di consumo a luogo di produzione e, in fine, a luogo di transazione.
Gottmann, che ha studiato per primo questo fenomeno, parla di “città transazionale”, cioè di luogo ormai deputato soprattutto alle transazioni, allo scambio di informazioni, ai meeting, ai congressi, alle grandi assise politiche e commerciali, alle manifestazioni di massa, al turismo culturale, religioso, professionale. Così il restauro è entrato massicciamente in azione con il duplice scopo di manutenere i singoli monumenti ma anche di adattare gli edifici, le strade, i luoghi pubblici ai nuovi compiti che la città si è data passando da industriale a postindustriale.
Domenico De Masi

