Alberto Abruzzese

Professore di Sociologia Università La Sapienza di Roma

Come te lo immagini il restauro?

Alcune domande inquietanti. Il restauro conserva la propria aura civile, salvifica, nelle sue automatiche declinazioni grammaticali e sintattiche, relazionali? Il verbo restaurare cosa dice a una sensibilità poco educata alle questioni dell’arte? E l’aggettivo restaurato? Qualcosa di nuovamente imposto? Qualcosa che si era rotto e invece ora maschera artificialmente il suo essere venuto meno al tempo?  Qualcosa che è salvato per infiltrarsi arbitrariamente nel “non ancora” invece che nel “non più”? E poi: il restauro, la sua sfera semantica, quale sistema di riferimenti e gerarchie fa scattare nell’immaginazione? Esso è una dimensione necessaria ad ogni luogo e oggetto della vita quotidiana oppure a beni che la società ha deciso di premiare, verticalizzare, ostentare? Quale è il non detto del restauro di beni che tanto più risplendono quanto più altri beni vengono gettati nel buio? Perché la fantascienza mostra nei suoi scenari post-storici solo rovine o sincretiche ricostruzioni o deserti? Perché il restauro è ammantato di condivisione ideologica, mentre invece si sollevano riprovazioni morali e interdizioni etiche nei confronti di una donna che si sottopone alla chirurgia estetica per tornare bella e di bio-tecnologie che trasformano il corpo umano?
E dunque: il restauro deve essere messo nell’ordine delle tecniche che vanno contro la natura o in quella delle tecniche che la preservano? Delle tecniche che distruggono o perpetuano la memoria? Quale è la soggettività che si esprime negli artifici del restauro e quale è la soggettività a cui esso si offre?


La parola “restauro” è convenzionalmente evocata a seguito di un’altra parola, decisamente assai più sgradevole:
“conservazione” (che è in stretta intimità con le mummie, i frigoriferi, il terrore che il tempo corrompa, il mutamento dissolva, il desiderio bruci e che la morte annienti la presupposta e pre-disposta differenza tra essere umano e tutte le altre cose del mondo). Che nel nostro paese manchi una cultura della manutenzione (aggiustare le cose che non funzionano per i bisogni e desideri di tutti) e trionfi invece quella del restauro la dice lunga. Ci dice che la cultura italiana è più di altre divisa, spaccata, tra l’esperienza quotidiana da vivere e la vita passata da onorare (o magari tra il consumo e l’accumulazione, la persona e l’identità).  Tuttavia in questo eccesso di vita lasciata andare a se stessa a me pare che si apra una fenditura – una eruzione, un ascesso creativo – che tende invece a mancare nei contesti nazionali in cui restauro e manutenzione fanno parte di un solo robusto senso di civiltà e civilizzazione. È in questa fenditura che dobbiamo guardare.La vocazione (sensibilità, professioni, politiche culturali) del restauro mette a rischio – o potrebbe mettere a rischio le teorie e pratiche della conservazione. Per quanto sia ad esse vincolata, come vocazione necessaria a dare un senso al conservare e a conservare il conservato, essa ha un bagliore di autonomia nel lavoro progettuale e pratico che le è imposto: intervenire sugli oggetti e dunque dovere ogni volta saper scegliere tra copiare e creare, ripetere e innovare. Oppure – ad esempio, ma è per dire la portata decisionale, virtualmente trasgressiva, del restauro – saper decidere tra sacralizzare e dissacrare, chiudere o aprire, vincolare o liberare. Includere o espellere. E per decidere bisogna avere una sensibilità opposta all’ideologia del restauro: separare invece che ricomporre.

Il restauro nel senso comune delle istituzioni non è una parola magica. È nello spirito religioso delle chiese di dio e del sovrano. È infarcita di mitomanie individuali e collettive, antropologiche e sociali nei confronti del passato e del vero, della storia e dei suoi canoni (etici, estetici, politici).  Ma non ha una interiorità poietica, “fabbricante”, innovativa.
È un termine rilevante, “giusto”, nei lessici delle culture della produzione e della loro vocazione contro le mode e il consumo. I contenuti che hanno animato le tradizioni del restauro sono stati quasi sempre contro il rischio, l’azzardo, il rilancio della posta, il lusso della distruzione.
Questi miei punti di vista sono sicuramente radicali. Avrei potuto articolare il discorso partendo dal dato di fatto che vede il restauro come tecnica di valorizzazione di beni storici e artistici che sono sul mercato (opere, monumenti, quartieri, città, paesaggi) e che, dato il loro valore mondiale, fruttano risorse economiche e quindi (almeno virtualmente) lavoro, profitti, sviluppo sociale. Avrei potuto toccare all’interno di una stessa logica economico-politica – il rapporto tra costi e benefici in strategie di restauro che sono chiamate ad avere cura di un patrimonio costosissimo e dunque a rendersi compatibili con l’interesse pubblico. 
Ma, entrando in queste ottiche per intrattenersi con chi le ha trattate in una sempre più grande quantità di scritti specialistici o con chi ha operato in tanti casi locali, nazionali e internazionali, credo che sia molto importante mettere a rischio di creatività il restauro: non avere di esso la visione corrente, superare gli stereotipi di base e le routine amministrative o imprenditoriali di cui quasi sempre ha sofferto.  Consegnarlo, dunque, alla magia dell’abitare invece che allo strumentalismo – spesso vuoto invece che pieno di vita vissuta – dei canoni delle istituzioni, dei mercati e  delle professioni.

Alberto Abruzzese